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Diario
2 maggio 2012
Le uova & il paniere
Dato che non credo di avere drammatizzato a dovere l’incidente stradale di cui sono stata recentemente vittima, eccomi qui. Anche perché sono a casa inferma, in overdose da Murakami, con il digitale terrestre che prende solo canali con chef provenienti da Paesi dove farebbero meglio a stare lontani dai fornelli, e – soprattutto – non riesco a togliermi dalla testa quei tre, quattro secondi in cui la Vespa, piegandosi sull’asfalto e dunque sopra di me (con fidanzato massiccio al seguito), si è spalmata contro il guardrail. Perché non si dice che in quei momenti ti passa tutta la vita davanti come in un film? Ti immagini sottofondi di urla di terrore, stridore di freni e ferraglia, no? Nulla di tutto questo, amici miei. Io, in quegli istanti interminabili e metafisicamente muti, sono riuscita a formulare un solo pensiero. E questo pensiero era: “Cazzo, le uova”. Già, perché nella borsa che portavo in grembo c’erano quattro uova del contadino. Due delle quali, mi dispiace dirvelo così, non ce l’hanno fatta*. Nel ricco bagaglio però, c’erano anche due vasetti di casalinghissima marmellata di fragole, un litro di barbera della cantina, un paio di dispositivi high-tech, gli occhiali, un portafoglio, alcuni capi di abbigliamento sportivo sudato, un piccolo asciugamano. Tutto, uova a parte, intatto. “Tragedia sfiorata”, scriverebbero almeno un paio di colleghi raccontandovi della pioggia battente, dell’asfalto-reso-viscido-dalla (ma anche da una subdola chiazza di benzina), dell’automobilista dai riflessi pronti che ha evitato di falciarmi, della moglie dell’automobilista, che mi ha regalato una busta di Citrosodina spacciandola per una salvietta disinfettante, dello sconosciuto passante che – ma qui il ricordo è confuso – mi ha detto “Anche mia sorella aveva male al gomito, non è voluta andata al pronto soccorso, e poi gliel’hanno amputato”. Io, invece, con il dono della sintesi che mi caratterizza, mi sono limitata all’esclamazione di un: “che culo”. Per poi realizzare che “culo”, purtroppo, si sarebbe rivelata essere la parola chiave dell’intiero episodio. Perché, mentre vi scrivo, la mia postura sulla sedia è quella di una che - sotto 150 chili di zavorra varia - si è raschiata cinque metri di asfalto granuloso dell’Aurelia con il gluteo sinistro. Sul quale, al momento, sembra mi abbiano tatuato il pianeta Giove. A grandezza naturale. L’ematoma ha un suo fascino, davvero.
Anyway. L’avvenimento, che ha avuto il merito di movimentare un primo maggio altrimenti noiosissimo, mi ha portato anche a ripercorrere mentalmente gli altri episodi in cui la sottoscritta Se l’è Vista Brutta. Tralasciando, per correttezza metodologica, tutte le volte che sono salita su un aereo (una specie di roulette russa, a mio dire), tutte le volte che mi sono data all’autolesionismo fisico e psicologico, e tutte le volte che consapevolmente mi sono tuffata tra gli scogli da 13 metri di altezza, possiamo stilare questa Top Five.
1) Cinque anni o giù di lì. Gioco preferito: aprire e chiudere siede pieghevoli in legno massello. Una Giulia sprezzante del pericolo lascia così due dita sul campo. A salvare la piccola paziente dall’emorragia metatarsica un medico di famiglia / amico di famiglia. 2) Inizio anni 90. Gioco preferito: usare il lettone degli augusti genitori come trampolino e cimentarsi in doppi e tripli salti mortali. Una Giulia sprezzante del pericolo cade di testa comprimendo la cassa toracica come una fisarmonica. A salvare la ormai non più piccolissima paziente il padre che, scorgendola viola in volto e incapace a chiedere aiuto, le pratica la respirazione bocca a bocca. (ricordo distintamente la sigla di Derrick alla tv). 3) 1994. Corsica. Gioco preferito: sfidare il Libeccio. Una Giulia sprezzante del pericolo, nel tentativo di fare colpo su un quattordicenne di Como, affronta i marosi e ne viene travolta miseramente. A salvare l’idiota ragazzina il medico di famiglia / amico di famiglia che già l’aveva salvata dall’emorragia, e che si rivela essere anche un ottimo nuotatore. Il quattordicenne di Como, come ho già raccontato altrove, oggi è un tamarro stempiato e sovrappeso. Nel caso vi venisse voglia di rischiare la vita per uno che vi piace. 4) 1998. Niente più giochi pericolosi, eppure. Osserviamo la nostra protagonista che, in un sabato pomeriggio di primavera, esce dal portone di casa, saluta la mamma alla finestra, nota l’autobus che sta passando e corre all’impazzata per non perderlo. È cantando Mustang Sally nella versione dei Commitments (Ride, Sally Ride!) che la nostra protagonista prende una storta e si ritrova spalmata a terra, il corpo sul marciapiede e la testa sulla carreggiata. Il copertone Michelin della ruota di una Golf bianca si ferma a tre centimetri dal suo cranio (di certe immagini non scordi mica i particolari). Il tutto mentre la mamma è ancora alla finestra che si gode la scena. A salvarla, in quel caso, boh? In mancanza di una risposta che non implichi l’esistenza di – oh my gosh – angeli custodi, sarei portata a riutilizzare la sempre valida espressione “che culo”. 5) Aprile 2012. Genova. Confronto politico tra 11 su 13 (!) candidati sindaco alle elezioni comunali. Il format, trasmesso in tv, prevede che tutti e 11 dicano la loro, a turno, sulle varie questioni sollevate. Purtroppo all’evento, organizzato dal Fatto Quotidiano, prendono parte, con diritto di parola, anche Marco Travaglio e Antonio Padellaro. La morte per noia è un rischio da non sottovalutare mai, sappiatelo. Io, in quel caso, sono stata salvata da un certo istinto di autoconservazione e dalle pile cariche nel telecomando.
Con questo, posso dire di avere elaborato il trauma della caduta in Vespa. Smetto di interrogarmi sul significato profondo della mia freudiana preoccupazione per le uova e torno a irrorare il proverbiale paniere (in questo caso, il mio) con acqua ossigenata. Vi assicuro che fa un male cane.
*(Le altre due uova sono sopravvissute giusto il tempo di finire, due ore dopo, in una torta al limone e semi di papavero, ma dovevano essere parecchio provate dall’esperienza perché la torta è esplosa in forno).
Kishi Bashi – Manchester
29 aprile 2012
Noi da quassù, al quinto piano, la chiamiamo “la parigina”. Anche se il motivo di quel soprannome, nel tempo, è sbiadito come la tinta dei suoi capelli, sempre più lunghi, e indomiti.
Il fatto è che: la prima volta che la notai correre per strada con la sua gonna di velluto, le collantes color carne e quel paio di zoccoli di gomma, in testa aveva un baschetto di lana con pon-pon. Per questo le fu affibbiato il nome de “la parigina”. Sì, lo so che è un luogo comune senza alcun aggancio con la realtà. In realtà, a tre anni di distanza, il vezzoso cappellino è apparso al massimo un paio di volte sul capo del nostro personaggio. In compenso, gli zoccoli - e l’impressione è che siano pure larghi di un paio di numeri - sono rimasti gli stessi. Formidabile. Perché formidabile? Perché la parigina, come ho già accennato, corre. Corre molto. Anzi, sempre. Nella vita l’ho vista solo una volta fare un’altra cosa. Corre a ritmo lento, senza alzare troppo i piedi da terra, avanti e indietro, in un footing che assomiglia a un supplizio di Tantalo inflitto per chissà quale ragione. Si stima che ogni giorno, la parigina, percorra almeno una quarantina di chilometri. Un footing che non sembra quasi stancarla, non fosse per il rosso appena accennato delle guance, per la fronte lucida di sudore (ma solo in estate, quando fa davvero caldo). Quel footing perenne, d’altro canto, non sembra portarle alcun effetto benefico. I polpacci non sono proprio quelli di una maratoneta. E neanche il resto. È bassa e magrolina, ma anforata, e le spalle sono minuscole, nascoste da un pastrano da pescatore. Difficile persino darle un’età. Azzardiamo 50. Ha occhi verdi bellissimi, però. Come quelli dei berberi. Anche se nessuno – o quasi – è mai riuscito a osservarli da vicino, con calma. Da ferma. Io però, sì. Ed è questa l’unica volta in tre anni in cui ho visto la parigina fare altra cosa che non fosse correre. L’ho incontrata al discount. Era ferma davanti allo scaffale della cioccolata e non sapeva quale barretta scegliere. Poi ne ha arraffato tre a caso, una l’ha aperta (era bianca) e mordendone un quadretto, è andata a pagare alla cassa. Da quel momento, da quassù, al quinto piano, quando la vedo correre per strada a ogni ora del giorno e della notte, so cosa tiene nascosto dentro all’Invicta a righe, sbiadito come la tinta dei suoi capelli, sempre più lunghi, e indomiti.
The Black Keys - Psychotic girl
pon-pon
running
footing
genova
personaggi
| inviato da julie il 29/4/2012 alle 19:47 | |
4 marzo 2012
Prinzip Beograd
Gli abiti stesi, sul ponte, stanno lì a prendere pioggia sporca. «Eppure ieri sera prometteva bel tempo» bestemmia ad alta voce Milena mentre, svelta, ritira le cerate e i maglioni di lana e le mutande senza più elastico. Inciampa tra i due gatti. Da sempre sovrani del molo, da qualche settimana hanno invaso anche il ponte superiore della Prinzip Beograd. Lì hanno trovato ceste di cordami e topi già stecchiti. Milena, sei mesi che è qui, a Genova, e non l’ha ancora capito che se c’è vento da nord non è detto che il giorno dopo splenda il sole. Anzi.
Nel 1987, la Beograd era un peschereccio. Registrata a Cherbourg, ma siccome il suo equipaggio, un bretone e due tunisini, tirava su soltanto sogliole sotto taglia e pochi halibut, la barca era stata venduta al miglior offerente, una società con sede a Venezia che gettò via le reti, staccò dalle pareti i poster con le donne nude, diede una rinfrescata allo scafo e piazzo un albero alto 5 metri, solenne ma – lo si sarebbe capito in seguito – inabile al suo compito. Ilija e Milena l’acquistarono per troppe migliaia di Dinari. Il medico di mezza età e la maestra di ginnastica della scuola del quartiere, impararono a navigare nel lurido Danubio, con quella barca troppo alta rispetto alle altre, troppo pesante. Alzava un sacco di onda. Rompeva le palle ai bagnanti. Quando una mattina di metà maggio di tre anni fa i vicini di ormeggio li videro salire a bordo, con tutte quelle scatole, con la vasca del pesce rosso, non immaginavano quale fosse la meta del loro viaggio. Da Belgrado a New Orleans, passando per l’Islanda, il Canada. Il Reno, l’Atlantico, i laghi, il Mississipi. Facile come la linea rossa che puoi disegnare sulla carta nautica. Incredibile se pensi a quei due, con le tende di merletto alle finestre, e le cassapanche rivestite a tartan. Poi sono tornati indietro. E chissà come ci sono finiti, nel canale di calma del porto container di Voltri, con il motore in avaria e la vela che neanche per scherzo avrebbe spostato tutta quella ferraglia. E ora stanno lì, ormeggiati a sbafo presso un circolo di canottieri, con le cinquantenni che fanno jogging lungo il molo, tutti i giorni, eppure non perdono un chilo. Con i ragazzetti che passano i pomeriggi a tirare petardi. Ilija ogni giorno fa due passi, va a comprare il pane e un quotidiano sportivo di cui guarda solo le figure. Raccoglie i corbezzoli maturi, nelle aiuole. Poi si addormenta su una panchina, in riva a quel mare che non è proprio mare. E aspetta che la lenza, da sola, peschi qualche cefalo o – quando le mareggiate aiutano – pure qualche orata. Milena, da quando vive sulla Prinzip Beograd, ha imparato a bestemmiare come suo cugino. Le piace imparare a memoria i nomi dei cargo. Wallenius Wilhelmsen, Leyla Kalkavan, Black Star.
The Smith – Ask
19 febbraio 2012
Gëzim ripara
La sirena di inizio turno manda in frantumi il silenzio dell'alba, insieme alle grida dell'asta del mattino, poco distante, al mercato del pesce. Oltre i cancelli delle riparazioni navali, Gëzim vola sulla sua bici senza cambi - una mano sul manubrio e l'altra concentrata su una brioche alla crema - per non arrivare in ritardo, per non arrivare per ultimo. Sfreccia che non lo vedi, la tuta blu, le scarpe solide. Sullo sfondo edifici scrostati, ché nessuno ha il tempo e i soldi per darci una mano di bianco. Per riparare i muri di vetrocemento che, così, sembrano alveari. Oppure mosaici in stile Secessione, se ci si stende addosso il sole di febbraio.
Guarda che a 17 anni Gëzim era il più forte di tutti. Le gambe magre da camoscio, gli zigomi modellati dal buran. Con i compagni di squadra pedalava ogni giorno almeno 80 chilometri, saliva da casa fino al passo di Llogorait, a 1000 metri e oltre, a respirare la macchia e gli abeti. A evitare greggi di pecore e furgoni guidati da camionisti ubriachi, carichi di ferro vecchio da piazzare a qualcuno nelle città di Rrogozhine ed Elbasan. Oggi c'è da stendere il bicocco sul deck di una ex nave da crociera greca, destinata a chissà quale nuovo compito, a chissà quale nuova economia. Gëzim lo odia l'odore del bicocco. Ne odia il colore, anche. E il perché lo potete immaginare.
La sirena di inizio turno urlerà ancora tre volte, forse quattro. Sveglia due amanti sorpresi dal sonno dentro un'auto parcheggiata da ieri notte sul molo. In pochi sanno come arrivarci, all'ultima banchina, invisibile ai più grazie alla barriera fatta di vecchie navi sequestrate. All'ombra lunga delle gru del terminal Sech, l'albanese ci va a fumare la sua sigaretta del mattino, il culo sul sellino; la schiena curva; gli occhi alle lampare che rientrano in porto. E' praticamente l'alba, eppure sono già in ritardo.
Wilco - Venus Stop The Train
7 febbraio 2012
La Grecia fuori dall’euro per me è il luglio del 1996, di notte: respirare polvere e caldo al buio, due chilometri a piedi su uno sterrato, la luna rossa enorme e bassa che ti fa strada, alla ricerca di una telecarta (scheda telefonica) da 100 monades (unità), per telefonare a uno stupido fidanzatino lontano. «Fanno 1700 dracme» mi dice l’oste, che – insieme a un tizio che vende bombole del gas – è l’unico a parlare italiano ad Apollonia. Milos. Cicladi. La cabina telefonica si trovava a un crocicchio sperso fuori dal paese; la luce al neon attirava ubriachi, zanzare e un altro insetto che sembrava una cicala, ma faceva più paura. 1700 dracme duravano un pugno di minuti e mi rendo conto, proprio adesso, di non ricordare una parola di quello che ci dicevamo con il fidanzato. Che – per la cronaca – mi scaricò un paio di settimane dopo, invaghito di una scout bionda, lasciandomi in eredità la passione per il giornalismo e l’odio nei confronti degli scout.
Le dracme le usavo per fare il pieno di miscela al motorino su cui mio fratello e Silvia, entrambi undicenni, scorrazzavano in due, o in tre (la terza ero io), senza casco, a fuoco sul sentiero di terra e sassi che separava le case dalla spiaggia. Usavo le dracme per comprare biscotti alla cannella e zucchine favolose. E una borsa nera, blu e argento. Di stoffa. La più bella che abbia mai avuto.
Quell’estate, in Grecia, scoprivo che le “h” si leggevano i, che la “beta” era una v, che bar si scriveva “mpar” e questo mi faceva molto ridere. Imparavo il significato di 8-beaufort, i trucchi del Whist, a fumare il sigaro, ad apprezzare l’aglio. Sugli scalini bianchi, con i capelli bagnati e la pelle che tirava per il sole, leggevo. Avere o essere (E.Fromm), La compagnia dei Celestini (S.Benni), Il figlio di Bakunin (S.Atzeni), un legal thriller prestatomi da quello che mi aveva fatto provare il sigaro, e due libri di testi di canzoni presi su una bancarella, Clash e U2. Scattavo foto ai tramonti e alle albe, ed erano tutte uguali e mediocri. Una l’ho tenuta. Per ricordarmi di quei giorni perfetti. Di come ci si sentiva a guardare il mare, rivolti a nord-ovest però.
Bulls On Parade – Rage Against The Machine
euro
estate
grecia
greece
bailout
dracma
| inviato da julie il 7/2/2012 alle 23:39 | |
6 febbraio 2012
KL Vede solo una striscia bianca, come una fascia di seta, una macchina del tempo. Gli scorre nelle pupille, più veloce del suono. In realtà non sta guardando nulla. Percepisce la vibrazione, la sente. Ma sente anche che le sue gambe, quelle gambe alle quali ha appena affidato tutto – tutto – sono come di granito. All’unisono con la montagna che gli sta intorno, sotto, davanti. No, davanti non si guarda. Se si alza lo sguardo, è finita. Ci saranno due palmi di mano, tra un ginocchio e l’altro. E gli sci, sembrano su due binari, ma non ci sono. È sempre più pesante, sempre di più. È come se il mondo intero gli si stesse schiacciando sulla schiena, sulle valvole cardiache, sulla testa, sulla sorgente del suo karma, anche se non sa di averne uno. Quando tocca i 251,4 km/h è rapido a tal punto da apparire come fermo. Tuttavia, agli occhi di Luca è una scheggia. Se ne sta a bordo pista, con le racchette puntate contro le ascelle, a sostenere i suoi 60 chili per un metro e 45. Quando hai dieci anni, ti assicuro, sono decisamente troppi. Luca non fa neppure a tempo a metterlo a fuoco, quel bolide umano, quando gli passa innanzi. È riuscito però a seguirne la traiettoria, dalla partenza all’arrivo, il falso piano dove l’atleta, raschiando in orizzontale, si stoppa, come fai alla partenza di uno skilift qualsiasi. Tutto accade in poco più di sei secondi. Vento assente. Anche per questo Luca ha caldo. Le mani, nei guanti, sudano. In realtà è tutto sudato Luca, nel piumino - giallo e rosa - ereditato da qualche cugina. Ma tra poco, lo sa, sentirà di nuovo freddo. Quando si lancerà a uovo giù per la “nera”. Che veloce come lui, i suoi compagni, neanche per idea. L’atleta si ferma e si sfila il casco anatomico: lo fa sembrare un boeing o una stele della Lunigiana. O un robot giapponese, come quelli che vedevi in tv, negli anni Ottanta. È goffo mentre sorride davanti alle telecamere e cerca di sfilarsi la tuta di polipropilene. Pare un vitello appena nato, incastrato nella placenta della madre. Mai visto uno? Luca ne ha visti così tanti di vitelli, dal nonno: lui con le mucche ci si guadagna ancora da vivere. All’arrivo del Kl, prova ad avvicinarsi al campione, per capire che effetto fa essere il migliore. Diventare quello da battere. L’atleta gli strofina la testa con le nocche a pugno, e poi gli tira il codino. «E taglia sto codino che sembri proprio uno delle valli!» gli dice, ridendo. La sera, nella stanza di un albergo troppo moderno, l’atleta è sotto la doccia. Nel vapore, sotto l’acqua bollente, piange a dirotto per sfogare la paura, l’adrenalina, oppure perché ha capito che neppure quel record gli basterà. A tavola, a cena, Luca si passa la mano sulla nuca ormai orfana del codino. Il padre non è contento, ma che importa. Oggi, al mercato, gli ha comprato una piccola padella per cucinare uova al tegamino. «Speriamo che domani non si metta vento».
Dopo qualche ora, inizia a nevicare.
The Strokes – Hard To Explain
14 gennaio 2012
Concordia, senza hashtag
le lacrime shocking della signora di Varese, con la pelliccia bella asciutta sotto la coperta della Protezione civile, e la permanente bicolore fresca di phon. I diciottenni che mi chiedo "che cazzo ci fanno in crociera, a 18 anni, il 13 gennaio?". Il barista partenopeo tutto ué-ué e gli anziani che non hanno mai imparato a nuotare, e i disabili increduli, e gli amanti. I filippini ubriachi giù, ben più giù della sala macchine. Mentre di sopra, il pianista inamidato, ci mette almeno un paio di semitoni per scappare dove non si sa. La vedi la bellezza delle luci nell'acqua, nella notte? come quelle delle feste patronali di ferragosto? Mani che graffiano i pavimenti di moquette, le note di Allevi che continuano a suonare dentro gli ascensori, la piscina svuotata per tre quarti. E quei 13 ponti, con i nomi dei Paesi europei, che downgradano a mezzo miglio da un porto comicamente troppo piccolo. La Concordia come un Gulliver in tuxedo, circondato da lillipuziane imbarcazioni di salvataggio. Metafora nella metafora - come potrebbe essere altrimenti? - del nostro Paese, dell'Europa, della nostra industria, della nostra generazione. Una metafora talmente scontata da riempirti di fastidio. Talmente abusata, da cent'anni a questa parte, da farti pensare che non è rimasto più nulla da dire.
Beck - Loser
Concordia
Titanic
metafora
Costa
| inviato da julie il 14/1/2012 alle 19:49 | |
4 gennaio 2012
facciate
La sindaco che invia il telegramma, il ministro che risponde via fax. Quindi non la usano neanche loro questa cazzo di posta certificata. Detto questo, mentre al piano partenze dell’Aeroporto di Genova, tra gli operai Fincantieri, si sparge la voce sulla tanto attesa data dell’incontro con il governo, marito e moglie tedeschi (sovrappeso e beatamente in pensione, in ottemperanza dei luoghi comuni e del marketing del turismo), capiscono che presto potranno fare ritorno nella fredda Monaco, con il loro bagaglio a mano zeppo di tisane di Torielli e di amaretti di Sassello e di salame di Sant’Olcese sottovuoto. Basta, fermiamola qui, dice uno dei capi sindacali, rimettendosi il cellulare in tasca, asciugandosi dalla fronte un sudore inesistente, urlando in un megafono ormai scarico. Il volto del direttore dell’aeroporto riprende un colorito accettabile. Sul pannello degli arrivi e delle partenze, le lettere, girando come le figurine di una slot machine, tornano a indicare destinazioni, ore, minuti. Ed ecco a voi il trauma infantile. La prima volta che ho messo piede al Cristoforo Colombo di Genova fu insieme a mia madre, per accompagnare mio padre che partiva per chissà dove. Mi ricordo che era un volo Alitalia, questo sì. E che io portavo i codini, quindi ero in età da scuola materna. Mia madre mi portò all’ultimo piano, una specie di terrazza chiusa che non credo esista ancora, per farmi vedere il decollo più da vicino. Andò così: “l’aereo si muove, percorre la pista da sinistra a destra, sempre più veloce, e una me sgambettante e ridanciana come tutti i bambini inconsapevoli (forgive the kids for they don’t know how to live), lo seguo, correndo sulla terrazza, da sinistra verso destra. Mi vado a stampare con tutta la forza che una quattrenne può avere in corpo contro una vetrata. Ho presente ancora il rumore. Poi ricordo il sangue dal naso, senza fine, e la vergogna per essere stata tanto stupida. E il terrore preveggente di chi avrebbe speso dieci anni di vita e svariate migliaia di euro per farsi psicanalizzare la paura degli aerei”. Di facciate – non metaforiche – nella vita ne ho prese altre tre. Una all’interno di una “casa degli specchi”, al luna park, un paio di anni dopo. Copioso sangue dal naso anche lì. Le altre due in bicicletta. Prediligo l’occasione in cui, in una domenica pomeriggio di primavera, noncurante della mia amichetta che mi urlava “Non ha i freni!”, mi fiondai giù per via Geminiano, e giù, giù, con posa aerodinamica; fino a che un tombino non interruppe la mia corsa, catapultandomi sull’asfalto, a pochi metri da una cappelletta. Il risultato fu che la settimana dopo, nella foto della prima comunione, c’ero io con una faccia tipo quella di Mickey Rourke in the Wrestler, però incorniciata dal mughetto. Quando avevo quattro anni, l’industria genovese non stava mica tanto meglio, anche se chi mi stava attorno non ci ha mai fatto caso. Il porto era vuoto. Le fabbriche iniziavano le dismissioni. Poi questa città ha corso veloce, da ponente a levante, oppure giù, giù, senza freni. E niente, dopo 25 anni, qualche cosa di più, ci siamo. Sbam.
This Time Next Year – Franz Waxman (Sunset Boulevard soundtrack)
31 dicembre 2011
la tartare
La luce è del colore giallo stinto dei lampioni ad alto consumo. Nella piazzetta davanti al bar Paradise neppure un tavolo libero. E c’è chi beve in piedi il suo bianco fermo da due soldi. Ma quando arriva Kamel, bastano pochi attimi e una tizia che sembra russa (e forse lo è) e il suo temporaneo fidanzato gli fanno spazio. Kamel, in maniche di camicia nonostante l’aria umida e insolente della sera, lascia cadere sul tavolo un malloppo di carta da macellaio e lo apre con un gesto teatrale. Poi, dopo averne annusato il contenuto – circa mezzo chilo di macinato fresco – prepara la sua tartare. «Il sale e il pepe» chiede al cameriere, quello con le sopracciglia rifatte che ti dice sempre “grazie caro”. Condisce la carne anche con un’energica strizzata di limone, recuperandolo dal bicchiere di tonica della forse-russa. Il piano del tavolo è lercio di birra e resti di patatine al formaggio e noccioli di olive, eppure nessuno, in piazzetta della Stampa, osa rifiutare l’invito di Kamel a favorire. Nessuno – così ci hanno raccontato – si è sentito male. «Dell’algerino ti puoi fidare, paga subito e non si ubriaca mai troppo, poi gli è presa questa fissa della carne cruda, a me fa schifo». Dietro al bancone la barista volgare eppure splendida, usa la saliva e un fazzoletto per pulirsi le occhiaie dal nero, sbavato, e intanto taglia in quattro un toast avanzato dall’ora di pranzo. «Portalo a Salvatore» ordina a una ragazza che potrebbe essere sua figlia o sua sorella. I soliti bambini fanno il solito casino e sparano petardi fregandosene dei cani e dei gatti. I quali contraccambiano. La radio passa pezzi anni Ottanta improponibili, mentre a un paio di vicoli di distanza qualcuno sta suonando dal vivo del raggamuffin. Le vecchie genovesi passano svelte con i loro berretti di alpaca e le sportine colme di sgombri e mazzancolle e scorzonere e mandarini per la cena della notte di San Silvestro. La saracinesca del bar Paradise è già mezza tirata giù, ma non c’è mica fretta di dar fondo al tuo bicchiere. Qui la gente se ne va quando se ne vuole andare.
Miles Davis - Kind of Blue
15 dicembre 2010
le ragioni del cimento Ci sono cose che ha imparato a fare, negli ultimi 15 anni, e altre che non sa fare più. Ad esempio, non è più in grado di suonare - a occhi chiusi, con le dita che vanno da sole - l’Op. 88 del Kuhlau, il punto più alto della sua breve ma fulgida carriera pianistica. Non sa più disegnare grattacieli in prospettiva, ha scordato come s’intrecciano i fili di cotone per farne braccialetti, e in francese oramai scrive da cani. Inoltre, non è più capace di saltare con gli sci e di tuffarsi in mare da qualcosa che sia più alto di tre metri. Questi ultimi due punti sono il suo problema. La paura, la ragionevolezza, il retropensiero e sentire che il corpo non è più invincibile, sono il problema. È chissenefrega se Julie ha imparato che le piace mangiare pomodori e ostriche, se ha imparato a fare le torte e a fare l’amore, a scrivere 20 righe in 5 minuti. A mentire bene. A salire su un aereo con l'ausilio di sole 11 gocce di Lexotan. A fare i nodi da marinaio. A lavare i vetri. Chissenefrega, dicevo, se tanto non riesce più a volare come si deve. È per questo che, nelle mattine d’inverno, può capitarvi di scorgerla sul bagnasciuga di una spiaggia deserta, mentre s’immerge nel mare ghiacciato che ghiacciato non è. Traffic Music – Hjaltalin
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