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Diario
25 ottobre 2009
It’s not fair (non si può sempre soffrire)
Ne parlavo qualche sera fa con una manciata di amiche. Del fatto che il thè verde “fair trade” fa schifo. Bevuto così, senza niente, sa di pesce. Con lo zucchero, sa di pesce e zucchero. Cioè: è quasi meglio quello della macchinetta. Aggiungerei, rispetto a quella discussione, intavolata in momento altamente glicemico, che anche il thè normale non è un granché. Per non citare quella sostanza immonda che è il rooibos che vendono alla Bottega Solidale. Non so cosa sia precisamente, ma io lo bevevo il rooibos, in Germania. Con il miele di eucalipto. Ed era buono. In realtà a me non piace neppure il cioccolato del commercio equo (pure quello – come il thè – è incredibilmente amaro). Inoltre, preferisco il couscous del lidl (che è lo stesso che vendono dai fruttivendoli marocchini e quindi mi fido) a quello dei mercatini bio.
Ad ogni modo, ho spostato in un punto irraggiungibile della mensola la confezione in foglie di palma dello sciapo thè verde “etico” e mi sto gustando una tazza di Frères Damman, direttamente dal numero 15, di place Des Vosges, dal 1692. Thè verde cinese imbustato nella seta, insieme a pezzi di pesca e fragoline di bosco e qualche petalo di fiordaliso.
Dopo aver fatto 3 km a piedi per differenziare la spazzatura (regola numero 1: i bidoni per la plastica e la carta sono nascosti negli angoli più reconditi dei vostri quartieri, quelli del vetro sotto la finestra della vostra camera da letto), 2 km a nuoto per smaltire la cena dell’altra sera, e 1 km ancora per andare a votare alle Primarie del Piddì, direi che oggi la cittadina Julie ha dimostrato già abbastanza senso civico. Ora basta soffrire. A noi due, L’Oriental.
Fast as you can – Fiona Apple
15 ottobre 2009
Ordinando un Daiquiri alla Carige
Negli ultimi giorni mi è capitato di entrare più volte in banca. Purtroppo. Dico “purtroppo” perché ovviamente le mie toccate e fuga sono equivalse sempre al movimento “dare”, a livello di bilancio. Il fatto è che mi sono specializzata nell’individuare tutte le convenzioni tra aziende, fondi ed enti vari, utili a farmi risparmiare quell’odioso euro di commissione che mi toccherebbe pagare alla tipa di turno di Poste Italiane.
Mi chiederete: perché non deleghi alla tua banca? Facile: perché Enel ci ha provato già una volta a farmi pagare 300 euro in più del dovuto.
Mi chiederete: perché non paghi tramite e-banking? Altrettanto facile: perché in questa città del menga la spazzatura e il gas costano 2 euro in più a bolletta, come minimo, se paghi da internet. Mah.
Ma non distraetemi. Quando mi sono resa conto che ogni tre bollette, più o meno, ci escono un aperitivo o una pizza melanzane, speck e stracchino dall’amico Manuel, qui di sotto, ho iniziato a fare il tour dei famosi istituti di credito convenzionati.
E ho realizzato alcune cose. Ad esempio, che in questo biennio 2008-2009, biennio della crisi economica globale, della demonizzazione delle finanziarie e dei banchieri, della campagna all’acqua di rose di Tremonti (ma quello dei Tremonti bond? Si proprio lui! Ma pensa…) alle ben più serie e giustificate gogne a stelle e strisce, del ritorno alla strategia del materasso e degli investimenti delle nonne in catenine d’oro e sterline, le banche si sono rifatte il maquillage.
A partire dalla mia. La fu Banca nazionale del lavoro (sono finita lì perché c’erano i miei e perché fin da quando ero piccola quel “del lavoro” mi faceva pensare che gli impiegati fossero gente che si spaccava dalla mattina alla sera, più che nelle altre banche, e quindi era giusto fidarsi di loro). Beh, già anni fa, quando erano arrivati quei fighetti di Paribas la filiale aveva un po’ cambiato aspetto: tanto verde e stelline qua e là, camice stirate per i bancari, qualche depliant fatto da agenzie di comunicazione serie, la catenella con la scritta “attendere il proprio turno qui dietro”. Ma niente di che. Poi la scorsa estate, pannelli e muratori e scrivanie di compensato ovunque. Finché qualche giorno fa non mi trovo innanzi al risultato di settimane di cantiere:
la mia banca non c’è più. In compenso c’è un salottino con poltrone Frau. Un pavimento in parquet di frassino. Luci a risparmio energetico. Lampade in fibra naturale. Nell’aria una fragranza di vaniglia. Uno che potrebbe essere benissimo Allevi in audiodiffusione. Sportelli e impiegati mimetizzati nell’arredamento. Mi siedo su una delle poltrone, senza sapere se posso oppure no, e attendo il mio turno. Ed è già il mio turno, perché nella stanza pentagonale c’è un quinto sportello libero di cui non mi ero accorta. Vengo servita. L’operatrice mi fa risparmiare 3 euro (almeno credo), firmo e me ne vado ancora sotto choc. Tipo quando esci dal labirinto degli specchi al luna park.
L’altro giorno entro in un’altra banca. E non so perché, ma questa volta mi aspetto una situazione un po’ più informale. Forse perché sento sempre in radio quelli della Gialappa’s menarsela con Vergassola su quanto sia una banca davvero troppo ggggiovane. E in effetti c’è gente che scherza. Che canticchia, anche. Pure qui, manco a dirlo, la disposizione degli sportelli è spiazzante. Il desk in riga non fa più tendenza. L’architettura è tutta uno zig zag. Colori solari e ultravitaminici mi rendono così felice di versare quei 73 euro senza un euro di commissione.
Passo a un’altra banca. Dove non ho mai messo piede. Ma anche qui capisco che hanno appena dato una rinfrescata non da poco. Si sente odore di calce e di fissativo per vernice. È evidente che quei muri color glicine stinto, il mese scorso erano beige. E forse l’impiegata che mi assiste sorridente e ben truccata aveva molte rughe in più e tette meno incisive, prima del restyling. Altro giro altro regalo. Perché poche ore dopo faccio il mio ingresso in un altro istituto di credito.
La “banca dei genovesi”, questa volta. Un’azienda, voglio dire, dalla politica gattopardesca come poche altre al mondo. Eppure, oltre le porte di sicurezza fumée, mi si para davanti una teoria di specchi e cristalli, e luce bianca e acciaio. Divanetti minimal in pelle chiara e sedie trasparente griffate Philippe Starck. Roba che sono qui per dare dei soldi all’azienda di trasporto pubblico locale, ma mi viene da ordinare un daiquiri.
Alla quinta banca revampizzata nel giro di una settimana, mi convinco che non è un caso. Banca popolare di Novara. Mai sperimentata, ma da un nome così mi aspetto di trovare colori di nebbia, mattoni rossi e linee razionaliste. E soprattutto, i sani sportelli schierati in linea orizzontale. Invece no. Anche qui, tutto è circolare. Tutto scorre. Panta rei, come i soldi che sto per versare, ancora una volta. Entro e cerco di capire quale sia il punto “operazioni normali”. Cerco di capire chi sia l’ultimo della fila (perché se le poltroncine sono disposte in circolo, è facile fare amicizia con la signorina rumena e lo studente iraniano già stravaccati nel velluto, ma prima o poi devi capire se l’ordine di arrivo corrisponda a un senso orario o anti-orario) e finalmente mi siedo di fronte all’impiegato.
Che, naturalmente, mi dà del tu (cosa che purtroppo, a parte i politici, non fa più nessuno).
Sono ancora lì che mi interrogo sul perché stiano conciando le banche come dei lounge bar (un collega dice che incasinano tutto e ti confondono le idee perché vogliono che tu faccia tutto via internet, ma se così fosse potrei fare un bonifico, al sabato mattina, via internet), quando il tizio della banca di Novara si tira su le maniche e mette in evidenza un paio di tatuaggi da uno che ha vissuto al limite della legalità. Poi fa l’occhiolino e saluta in romeno la ragazza che avevo appena conosciuto e che ha ritirato 600 euro in pezzi grossi “così mi pesano di meno”, dice. Poi, mentre mi prende dalle mani il bollettino per pagare il gas, urla due frasi in spagnolo al tizio dietro di me. Poi si prende i miei soldi, fa un timbro sul bollettino (con una forza sufficiente a spezzare in due la scrivania in bachelite) e me lo consegna in mano. Con un sorriso. E mi dice. “È una menata, ma fai bene a non farlo pagare direttamente alla banca, belin”.
Dieci minuti dopo me lo ritrovo in coda al Bettolino. In Sottoripa. Dove una rosetta di pane bianco, con il pollo impanato e i pomidori, costa un euro e trenta. Senza commissione. E dove la fila la fai ancora uno dietro l’altro.
Cornerstone – Arctic Monkeys
10 ottobre 2009
La “suina” del sabato sera (cit). I rimedi di Julie
Tra qualche ora devo andare in onda e la mia voce (quando riesce a venire fuori, non si capisce bene da dove) sembra uno di quegli antifurto-per-auto che all’alba, dopo aver suonato tutta la notte, emettono solo un fastidioso e inefficace e stridulo gracidìo. Aggiungete un pizzico di Amanda Lear e avrete la mia voce in questo momento.
A parte questo, sono soddisfatta della terapia anti-influenzale da me messa a punto. Non si sa mai, in vista di h1n1 varie o chissà quali altre diavolerie. Tra l’altro ho sentito da qualche parte che – se non per l’età, ormai over26, ma per il mio lavoro – rientro tra le categorie “a rischio”: a causa dei bacilli di morte che si trasmetterebbero attraverso i microfoni, dicono (anche se vorrei tranquillizzare il vice-ministro Fazio spiegandogli che il virus suino, se mai dovesse entrare a contatto con il microfono o ancora peggio con il mixer dei nostri studi, sarebbe annientato in un nanosecondo dal coacervo di schifezze già presenti, strato su strato, su ogni superficie).
A ogni modo, chi ci tiene a me e alla mia salute, dopo aver saputo della mia degenza, si è affrettato a dispensare consigli. E mi hanno suggerito di mettermi sotto le coperte con una manciata di ottimi film. Mi hanno suggerito di bere tanto thè con tanto miele. Mi hanno suggerito di riposarmi assai. Di applicare la formula sempiterna del latte-letto-lana. E di assumere qualche antidiarroico di qualità, e farmi di Imodium e ingurgitare un paio di antibiotici.
Io – che amo la sana chimica e il progresso nella scienza medica – ho seguito questi ultimi tre. Per il resto, ho variato sul tema. E forse non è proprio stata cosa buona e giusta:
a) farsi una doccia mezza fredda dopo una notte passata a sudare per via della tachipirina (ma avevo caldo!, signori della giuria)
b) bere un litro di zuppa di asparagi in busta comprata mesi fa in un discount svizzero (ma avevo freddo!, signori della giuria)
c) stare in maniche corte, all’aperto, di sera, sul battellino casa-lavoro perché ci si dimentica la giacca sulle sedie (ri-avevo caldo!, signori della giuria).
d) andare a fare la spesa sotto la pioggia, perché ci si dimentica anche l’ombrello, sulle sedie
e) dire di no all’amica che ti invita alla cena spagnoleggiante “perché sai, sono stata male”, ma cedere al secondo sms, dove c’è scritto “ma casa per casa, stai a casa da me” (era un ragionamento ineccepibile!, signori della giuria).
f) dimenticare di prendere l’antibiotico (ma forse è meglio così, visti gli svariati bicchieri di bianco).
g) rifiutare il passaggio in macchina dei nuovi amici savonesi, perché ci piace troppo prendere l’autobus di notte e poi raccontare quello che di bizzarro succede (ma farsi ancora una volta sorprendere dalla pioggia, senza ombrello, e finire in una pozzanghera profonda mezzo metro per rincorrere il suddetto autobus).
h) ricordarsi di prendere l’antibiotico. Quando lo stomaco, ormai, è svuotato da un bel po’.
Siccome il mattino dopo, sono viva e persino senza mal di testa, in preda a un’illusione di onnipotenza e immortalità, decido di proseguire con la mia terapia d’urto. E forse non è proprio stata cosa buona e giusta:
i) accantonare il discorso colazione con thè e fette biscottate e concentrarsi su una più attraente e burrosa torta al cioccolato fondente e pesche preparata dalla sottoscritta alcune ore prima.
j) andare in spiaggia a Villa azzurra, a leggere l’Internazionale fresco di postino; mettersi anche in costume, non fare il bagno giusto perché magari è meglio non tirare troppo la corda, non andarsene quando si mette a piovere (eh già, miei lettori, la pioggia sarà il leit motiv di questo post, e dati i sintomi della mia influenza, vi è andata bene così) ma anzi fermarsi sotto una tettoia arrugginita a fare amicizia con una coppia di anziani che non la smette di pomiciare (giuro) e due digos in pausa pranzo (si capisce lontano un miglio). Che mi offrono un chewing-gum troppo fico e mi chiedono del giallo di Mankell che ho sotto braccio.
k) credere che abbia cessato di piovere, ritentare la sorte, e ritrovarsi ad affrontare al volante della Vespa, l’ennesima scrosciata d’acqua.
Sotto casa, grondante di pioggia e vergogna (quest’ultima per come mi si sono conciati i capelli), ringrazio la signora del primo piano che, gentilmente, apre il portone. O almeno tento di salutarla perché, nel frattempo, i digos devono avermi strappato le corde vocali e non me ne sono accorta. Il suono che esce è pressappoco questo: «_________________azi________».
In conclusione. A parte l’unico effetto collaterale costituito dalla totale afonia, che passerà (o almeno spero) entro domani alle 14, la terapia ha funzionato alla grande.
Però stasera a casa. «Che non ci hai mica la mutua», mi urla – sottovoce - il suggeritore. E ha pure ragione.
Glitter Hits – The Styles
8 ottobre 2009
Anch’io con il mal di stomaco. Italia: qual è il tuo status?
Sarà l’antibiotico che sto ingurgitando nella speranza di ritrovare la voce. O saranno queste nuvole strane, nere, ancora cariche di calore (che al mattino si accumulano dietro Voltri, a ponente, e mi fanno venire voglia di prendere e andare a Sambuco a comprare i “gobeletti” dalla signora). Saranno i chilometri di corsa corsi controvento con una maglietta troppo corta. O forse sono proprio le notizie di questi ultimi giorni che mi stanno facendo venire il mal di pancia. E non so ancora se è un mal di pancia tipo quello delle persone innamorate, o quello di chi ha paura del vuoto pneumatico in cui si trova a galleggiare.
Sono giorni nervosi, ancora tutti da interpretare. Da una parte c’è il Caimano che sta perdendo i denti. Uno a uno. Ma dall’altra ci sono interi stuoli di specialisti pronti a ricostruirglieli. Questo scherzetto della Consulta ci ha fatto pronunciare, di nuovo, la parola Costituzione. E molti di noi non si erano mai resi conto di quanto fosse bella, come parola. Di quanto fosse potente.
Però mi fa sorridere di un sorriso amaro questo moltiplicarsi di entusiasmi, soprattutto virtuali, perché se non è proprio vero che la piazza ormai è facebook (twitter lo considero ancora uno strumento del male, almeno in Italia), è vero che è tanto facile (lo è anche per me) tenere in piedi la propria coscienza politica e civile a colpi di 300 battute.
Tra l’altro mi chiedo quanto sia distorta, perché lo è, l’immagine dell’Itaglia che mi trovo di fronte quando apro l’home page del super-network. Oggi erano soltanto 2 su 255 i miei “amici” che hanno avuto, alla fine, il coraggio e la faccia di scrivere qualcosa a favore del premier. Che poi siano indifendibili e da commiserare è un altro discorso. Però, è logico e scontato che, almeno nel mio personale universo facebook, Berlusconi prenda meno dell’1%.
Il mio timore è che, in questo momento, i presunti leader della presunta opposizione, si stiano guardando l’ombelico come sto facendo io. Il mio timore è che siano convinti che basta raccontarsi, tra amici (neppure tra amici di amici) come siamo bravi e quanto questa volta abbiamo messo a segno una vittoria.
Nel frattempo, sull’home page di qualcun altro, che di sicuro non ti ha accettato l’amicizia, si ragiona su come potenziare l’ex Cirielli. Su come fare in modo che i processi in cui Silvio Berlusconi dovrà comparire davanti al giudice cadano in prescrizione.
Il mal di pancia aumenta. Ma le mie viscere sono piene di ottimismo, da una parte, per il pensiero che nel muro si stanno formando delle crepe, ormai. Dall’altra mi toglie il fiato. Perché mi chiedo se l’unica soluzione non sia veramente che questo 73enne MUOIA. Come, un po’ tutti, abbiamo sperato, intimamente, l’altra sera. Quando con la palpebra che vibrava e il sudore malcelato, è uscito di testa. Di nuovo.
Bevete più latte – Avion travel
6 ottobre 2009
Franceschini è un coniglio e altre cose che ho imparato
Oggi ho imparato, ma lo immaginavo anche prima, che se compri un paio di scarpe e le paghi 11.90 euro, anche se sono blu vernice bellissime, avranno degli effetti collaterali. Ovvero che dopo 25 metri di passo svelto i tuoi talloni si perforano, inizi a sanguinare come se ti avessero segato le caviglie e provi molto dolore.
Oggi ho imparato, ma lo immaginavo anche prima, che il melograno è un frutto costoso. A meno che non lo si acquisti al mercato di Belleville, a Parigi, a dicembre, quando fa un freddo cane. Però se lo compri dall’algerino di Macelli di Soziglia avrai in cambio – gratis – prezzemolo e sedano fresco in quantità. E quindi va bene così.
Oggi ho imparato, e avrei dovuto immaginarlo, che quando piove e guidi in discesa una vespa dai freni un po’ troppo disinvolti, le tue probabilità di finire contro un muro sono piuttosto alte. Soprattutto se incroci la corriera in curva e soprattutto se stai cantando a squarciagola una canzone che si chiama “burst its banks” (Io e il muro per questa volta siamo rimasti due entità distinte, ma ho ancora l’edera rampicante incastrata nel freno destro).
Oggi ho imparato, e questo non me lo sarei mai immaginato (?), che ci sono leader politici che il sabato pomeriggio lo passano in piazza del Popolo a manifestare a favore della libertà di stampa, ma poi preferiscono evitare i giornalisti di provincia (e forse anche quelli non di provincia). Perché forse hanno poco tempo da perdere, questi leader, o forse perché non hanno niente da dire, o perché i consulenti di comunicazione pluri-masterati e strafighi che pagano da qualche anno a questa parte hanno suggerito loro di fare così. Ecco. Oggi avrei voluto mettere il microfono sotto la bocca di Dario Franceschini. Mica per rompergli le scatole, così, a prescindere. Ma per togliermi alcune curiosità in tema di scudi fiscali e libretti delle assenze dei parlamentari oppure in tema di diritti delle coppie omossessuali. Tanto per cominciare.
Ma lui “non parla”, dice l’ufficio stampa del Piddì. “Non parla?” chiedo io, dopo un’ora e mezza di trepidante attesa del segretario (in carica e/o candidato tale). E la risposta è un gesto con le mani, palmi al cielo, come dire cosa-ne-posso-io.
Quindi oggi ho imparato, e già me lo immagino, il gesto che potrei fare nel segreto dell’urna, la prossima volta. Il gesto che farò quando gli amici, dall’estero, mi chiederanno se lo abbiamo ancora trovato uno in grado di toglierci dalle palle Silvio Berlusconi. Se il centrosinistra abbia trovato finalmente una propria identità coerente. E la capacità di comunicare contenuti e idee. Palmi al cielo. Immaginando come fare ad andarmene.
Ma ho un paio di scarpe di vernice blu, bellissime e dolorifiche come tutte le cose bellissime. Ho dei chicchi di melograno ancora acerbi, sparsi sul tavolo bianco dell’ikea. E del prezzemolo verde speranza custodito nel freezer.
Burst its banks – Kill it kid
25 settembre 2009
Scajola, le parole in libertà e il mio smalto da sgualdrina
C’è il “do” dell’ottava centrale che fa troppo rumore. E ho trovato del polistirolo incastrato in una fetta di caciocavallo – si diceva – fatto in casa. Lo smalto che ho sulle dita è troppo scuro per sembrare raffinato e troppo chiaro per sembrare dark (in sostanza, fa schifo). Nella cassetta della posta, da tre giorni, giace l’ultima copia della Voce della Verna, una rivista miracolistico-consolatoria legata a non so quale orribile santuario, con la quale i monaci dello stesso cercano di spillare soldi all’ormai defunta ex inquilina di questo appartamento. Internazionale, invece, è in ritardo come al solito.
In questa giornata in cui tutto sembra andare storto, in queste ore fallate senza via di scampo, se ne viene fuori il ministro di casa nostra, Claudio Scajola, con una cazzata d’altri tempi. Non ha dato del coglione a nessun lavorista minacciato dalle Br, questa volta. Quindi non c’è pericolo che chieda scusa e chini il capo. Però si è ricordato di avere una specie di delega alle Comunicazioni e ha quindi Comunicato che la trasmissione di Santoro è “spazzatura”, che “verificherà l’imparzialità di quanto andato in onda”, che “è ora di finirla con una campagna mediatica basata sui pruriti, sulla spazzatura, sulla vergogna, sull’infamia, sulle porcherie”. Convocherà i vertici Rai!, lui.
A parte che: se l’attuale governo ne sa di spazzatura, pruriti e porcherie non è colpa di Santoro e compari, che scemi non sono e fanno il loro mestiere (quasi meglio di Don Matteo, secondo l’Auditel). A parte che: a me Anno Zero neppure piace (mi infastidisce il tono da ora-ti-spiego-io-come-funziona che viene utilizzato un po’ da tutti, lì dentro). E a parte che: con tutte le persone senza contratto che ci sono in questo Paese, anche se per ieri sera Travaglio è stato pagato con fattura ce ne faremo una ragione.
Il problema, signor ministro allo Sviluppo economico e, a quanto risulta dal sito governo.it, anche alle Comunicazioni, non sta a te emettere simili veline. Guarda che la censura governativa, come ti insegna il tuo presidente, è una cosa da farsi urlando, in preda all’ira, senza comunicati stampa ufficiali, che sennò come fai a rimangiarti la parola, e poi ci penseranno i dirigenti che hai piazzato qui e là ad arrangiare le cose .
Invece, caro ministro, la vigilanza sulla pluralità dell’informazione spetta alle Camere. Non al governo. Cioè, probabilmente tu puoi anche dire la tua, ma in teoria dovrebbe contare più o meno come questo post.
In compenso, gentile Scajola, sulla pluralità dell’informazione vorrei dirti che, hai ragione tu, non ce n’è abbastanza. In effetti è difficile capire che cosa sta succedendo a questo paese. Ma, come dicono i saggi, a noi spettatori-lettori-elettori resta sempre la chance di fare una x su un’altra casella, di voltare alla pagina successiva, di cambiare canale.
A casa mia, in realtà, il problema della pluralità dell’informazione è davvero sentito: sai, dolce Claudio l’Imperiese, è dai primi di settembre che il digitale terrestre non mi prende i canali Mediaset. Sintomo di un’inattesa intelligenza del mio Samsung 19 pollici. O della malcelata sinistrorsità del commesso Fnac che me l’ha venduto. Però ieri mi sono persa le manfrine di Grey’s Anatomy e le vecchie puntate di Er, con conseguenze drammatiche sulla mia preparazione medico-sentimentale.
Nel frattempo, da Pittsburgh un paio di buone notizie: “G8 addio, il vertice principale tra i grandi del pianeta diventa il G20”. Questo significa che il cabaret delle assegnazioni dei fondi, dei ritardi nei lavori, delle bustarelle per gli appalti per gli alberghi e le piscine dei grandi del pianeta, avrà una ciclicità di 20 anni. (So che non è così, ma mi piace pensarlo).
Poi hanno deciso che, per riconfigurare l’economia mondiale sconvolta dalla crisi, servono misure a sostegno dell’occupazione per favorire la formazione professionale di chi perde il posto e la creazione di nuovo lavoro (cacchio, avrebbe potuto dirlo un assessore al Lavoro qualsiasi di una Provincia qualsiasi). Hanno anche deciso che le banche devono assicurare un regolare flusso di credito (anche qui il mediocre assessore avrebbe fatto una figura mica male). Poi, il G20 ha concluso in bellezza, specificando che non ci sono indicazioni per una exit strategy dalla depressione globale.
La mia exit strategy stasera? Un piatto di pasta con melanzane e caciocavallo (quello al polistirolo), due dita di limoncello ghiacciato, il patchwork dei container e una colonna sonora tenebrosa.

All wrong - Morphine
8 settembre 2009
8 settembre: tra Mike, la Resistenza e il gelato After Eight
Alla radio Freak Antoni canta che i “gelati costano milioni” e io mi chiedo come mai – quest’estate – mi sono strafatta di gusto After Eight, che ora chiamano cioccomenta: per questione di copyright, credo. A me che odio la menta e che non stravedo per la cioccolata fondente. Ma che forse sento il bisogno di gusti sintetici e di colori forti. Affamata di quella patina glam e assieme tanto sfigata che avvolge tutto quello che riguarda gli anni Ottanta (quelli veri, non quelli resuscitati a partire dalla penultima collezione autunno-inverno di h&m).
Penso che quegli anni, per quanto mi riguarda, hanno proprio la faccia di Mike Bongiorno. Non quella da vecchietto rincoglionito, stuzzicato da Fiorello o travestito da Micky Mouse per uno speciale di Paperissima. Mike aveva la faccia grave e imperturbabile del gioco serio, la sua era una figura autoritaria, anche quando sparava cazzate. Nessuno in casa mia, nemmeno mio padre che è bastian contrario o mia madre che è complottista, avrebbe mai messo in dubbio la sostanziale onestà e veridicità dei quiz del giovedì. E poi le domande erano difficilissime. Dovevi essere proprio super acculturato o super nerd per essere un concorrente di Telemike. Oggi invece c’è quella roba di Pupo, ideata per far divertire gli analfabeti di ritorno, o il Milionario, dove se non sei proprio un imbecille 32 mila euro te li metti in tasca. Comunque, mi ricordo che al giovedì sera i miei andavano alla Metro (apertura fino alle 22), a comprare nastri di domopak e quaderni ad anelli e puzzles con il ponte di Brooklyn. Io e mio fratello venivamo affidati ai nonni. Loro però dopo le otto e mezza perdevano ogni interesse nei nostri confronti. Si appostavano al telefono grigio e aspettavano il momento di chiamare per il Bingo, che non era ancora una cosa triste che si fa tutti insieme in quelli che una volta erano cinema. Era un gioco a premi all’interno di Telemike, appunto. Abbinato a Tv Sorrisi e Canzoni, forse. Non ricordo altro, se non che per prendere la linea mia nonna rischiò più di una volta di infortunarsi i polpastrelli, incastrandoli senza senso nella ruota di numeri del vecchio telefono grigio. Ricordo anche che una volta i miei nonni riuscirono a prendere la linea ma la signorina Finivest non riusciva a sentire la loro voce. E addio a tante mila lire.
8 settembre 2009. Mike Bongiorno è morto (ma forse era già morto quando lo intravidi condurre l’offerta del mese su Mediaset premium). Il telefono grigio invece è ancora appeso e rumorosamente funzionante nell’ingresso dei miei nonni. Che ora, di sera, guardano quella roba di Pupo e Gerry Scotti. Io, in questa prima notte senza finestre aperte, penso agli anni Ottanta e all’humus in cui sono cresciuta. Penso anche al fatto che non sto scrivendo una riga su un altro 8 settembre. Quello della Resistenza e dell’armistizio.
Penso anche a come Facebook ci stia facendo parlare in terza persona e mi chiedo se anche questo non finirà per influenzarci un po’.

Gelati - Roberto Freak Antoni
20 agosto 2009
Julie became fan of: anticiclone libico
Su radiodue c’è questo tizio che si è appena definito bio-meteorologo e non so cosa voglia dire e che differenza ci sia tra lui e Giuliacci e soprattutto tra lui e quel bruttissimo previsore che mi capita di vedere, di tanto in tanto, al tg5 del mattino. Neppure mi interessa, in fondo *.
In ogni caso il bio-meteorologo non meglio identificato sostiene che la caldazza durerà fino a sabato, poi si calmerà appena appena, e poi a partire da domenica di nuovo a sudare sangue e avanti così, a soffrire, fino alla prima settimana di settembre. Colpa dell’anticiclone libico, dice. O almeno così mi pare perché nel frattempo, sotto la finestra della mia cucina, quattro piani più in basso e con un magnifico effetto dolby surround dovuto all’angustia del vicolo, tre ragazzine dalla vita troppo larga per potersi permettere quelle magliette, hanno deciso di intonare tutto l’ultimo album dei Dari (ammesso che esista un intero album dei Dari, e ammesso che siano veramente i Dari).
Insomma, secondo il bio-meteorologo (che per comodità chiamerò d’ora in poi bio-m) ci sarà da boccheggiare ancora per un po’. E quindi attenzione anziani e bambini a non uscire dalle 10 del mattino alle 18 di sera (li avete visti? frotte di nonni e nipotini a fare serate e vivere la notte dall’aperitivo all’alba, pallidi come cadaveri e strafatti di caffeina). E quindi vestitevi di lino e cotone naturale (dice che no, l’abitino nero che ho preso dai cinesi a 4 euro non va bene). E quindi cercate di bere almeno due litri di acqua al giorno (avete mai provato a far bere almeno due litri d’acqua a una ultraottantenne? Provateci e poi chiacchieriamo).
I due speaker di radiodue (scarsi, ma innocui quanto basta a evitare lo spegnimento immediato della Tivoli), piagnucolano che non ce la fanno più, e che non possono fare come Marilyn e mettere gli indumenti intimi in frigo, e che Giuliacci invece ha detto che il weekend piove (con questo stesso uso disinvolto dei tempi e delle concordanze verbali). E fanno no, no, no al bio-m che tenta di spiegare che 32, 33 gradi alla fine di agosto sono un fenomeno perfettamente normale.
Io invece, nonostante il sudore che mi fa sgusciare gli occhiali dal naso, e nonostante la notte trascorsa languidamente abbracciata a quattro bottiglie di plastica messe precedentemente in freezer, voto sì all’anticiclone libico. Primo) non voglio che piova. Perché sabato devo andare a un concerto e ci sono buone possibilità che io debba dormire all’aperto. Secondo) perché è estate, cazzo.
E vorrei dire ai due speaker che ha ragione la cicciona che avevo seduta a fianco sull’autobus: «Che una volta che viene il temporale, a fine agosto, si porta via l’estate e non se ne parla più». Che già adesso, alla sera, non puoi più mangiare sul poggiolo con la luce spenta. Che il tramonto alle 20e15 ha già i colori della ruggine. Ed è un attimo e ti ci vuole la giacchetta, per uscire, all’alba. E al lavoro i colleghi tornano a ingrassare e ad avere la faccia verde. E io invece vorrei che fosse estate sempre.
Per ora concludo. Citando il buon Achille e il suo “libero pensiero meteo”: uffa, con ‘ste temperature percepite!
* visto che alla fine, invece, mi interessa. La biometeorologia o bioclimatologia si occupa dello studio delle interazioni fra i processi atmosferici e gli organismi viventi e ha assunto nella società odierna una valenza prioritaria, in relazione ad una vastissima gamma di considerazioni che riguardano l’uomo (prevenzione di patologie legate alle condizioni del clima, analisi degli effetti dell’inquinamento atmosferico, costruzione di ambienti considerando tutti gli aspetti di pianificazione, disegno urbano e architettura, etc.)
Lemonade – Planet funk
19 agosto 2009
di foschie e gabbiani in festa
Il fatto è che non bisognerebbe mai mettersi a riflettere in un giorno di foschia. Glielo aveva insegnato, tanti anni prima, uno dei clienti fissi del bar San Pietro. Dove erano tutti clienti fissi, a dire la verità. E dove l’aria sapeva di sigarette Nazionali e caffè corretti (male) e brillantina da poco a lucidare capigliature più o meno folte, più o meno grigie. «A guardare il mare quando c’è foschia – diceva il signore, guardando fisso le quattro carte sul tavolo – si rischia di non uscirne. Non puoi capire niente se non vedi niente. E finisci che giri sempre attorno allo stesso scoglio». Lei ascoltava attenta e intanto giocava con la tovaglia di panno, scucendo gli orli e facendone piccole trecce.
In effetti le serviva un orizzonte.
Ma quel giorno il vento era immobile, il mare una distesa di orzata e il cielo pure. Le portacontainer entravano in porto più velocemente del solito. Erano tutte semi vuote. I pescherecci rigettavano in mare zerri e naselli sotto taglia. Lei lo sapeva perché poteva vedere la festa dei gabbiani, li poteva anche sentire fare il solito gran casino appena dietro le reti. Lei gli zerri non li buttava via. Li friggeva, li lasciava riposare, poi li portava in tavola freddi con una salsa di aglio, rosmarino, peperoncino e un po’ d’aceto.
Intanto la foschia le stava entrando dentro e le impediva di trovare le parole giuste. Soffocava le idee, ma cullava le dipendenze, le indolenze, i desideri. Aveva ragione il signore che giocava a cirulla: che a volte bisogna aspettare che cambi il tempo per capirci qualcosa.
Quando aveva dodici anni, e trascorreva i pomeriggi d’estate al bar San Pietro, assieme al nonno, pensava che crescere avrebbe voluto dire: riuscire a tenere a memoria le carte già uscite, riuscire a farsi piacere il vino rosso, riuscire a guardarsi nello specchio del bagno, sul retro, senza dover arrampicarsi sul bidone della spazzatura. Un paio di anni dopo aveva ottenuto buoni risultati in due di questi tre obbiettivi (aveva rinunciato quasi subito a contare le carte). E se ne era subito posta altri. Battere a nuoto il figlio della lattaia, diplomarsi con il migliore dei voti, imparare a incidere il legno. «Brava» le diceva suo nonno, quando la vedeva intarsiare, alla sera, i bastoni che lui avrebbe usato per andar per funghi il mattino dopo. Qualche anno dopo decise diventare un’apprezzata e ben pagata analista di bilanci (a dispetto della sua incapacità nel contare le carte), di tingersi biondo miele, e di lasciare il figlio della lattaia, contro il quale aveva smesso di nuotare da tempo.
In quel pomeriggio di foschia, comunque, non si ricordava più l’ultima volta in cui si era posta una triade di obbiettivi. Non si ricordava, precisamente, quando aveva deciso di non averne più bisogno. Il computer era in stand by da quaranta minuti e lei non riusciva a dormire, non riusciva a lavorare, non riusciva a mangiare. Il cielo, lattiginoso, era talmente vicino da poterci disegnare sopra. Julie sentì un fiato di vento. Poi il tuono.
Sympathy for the devil – The rolling stones
23 luglio 2009
miraggio
Di lei aveva notato i polpacci. Violenti, lisci, muscolosi come quelli di una drag queen. Eppure Oreste non era solito soffermarsi sui particolari. Ma quella donna che, quasi ogni mattina, aspettava l’autobus alla sua stessa fermata, lo aveva colpito. Forse per la triste volgarità della sua postura, o per il fatto che non era riuscito a scrutarne gli occhi, perennemente nascosti da un paio di occhiali dalle lenti troppo scure, dorati di giallo come i denti di uno zingaro.
Quel giorno l’aveva vista arrivare da lontano, attraversare la strada. A farle da sfondo: i colori sovraesposti della spiaggia cittadina; gli ombrelloni stinti dalla luce eccessiva e dall’afa colore del latte; frotte di baby pensionati sprofondati nelle loro seggioline di gomma; un canadair in fase di ammaraggio. Lei camminava sospesa sui tacchi, sulle piastrelle che parevano acqua a causa dell’effetto “fata morgana” (o almeno, Oreste aveva sempre chiamato così quello strano rifrangersi della luce sull'asfalto, d’estate). Ognuno ha i miraggi che si merita.
Lei non guardava nessuno eppure guardava tutti. Era una sfinge cieca dietro le lenti degli occhiali da sole. Oreste contemplava il colore di quei capelli, raccolti in alto sulla nuca, una frusta bionda, virtualmente iper-scandinava. E il nero della ricrescita, vicino al collo, che le donava un che di luciferino. Oreste contemplava anche il colore della sua pelle. Ogni mattina era sempre più marrone. Risultato di un’applicazione notevole e di una certa sapienza nell’uso alternato di docce solari, autoabbronzanti e pause pranzo sugli scogli. La stimava, tutto sommato.
La donna bionda frugò nella borsa alla ricerca del telefono, per soffocare immediatamente quella suoneria frivola, scelta con noncuranza, così stonata rispetto al nero assoluto dei suoi abiti, alla guaina di jersey che le fasciava le gambe, alla collana di pietre dure che le nascondeva un decolletè liofilizzato dalle tintarelle artificiali ma ancora affascinante grazie alla perizia di un amico di un amico di un chirurgo estetico, conosciuto su una crociera nel Mediterraneo, qualche anno prima.
La donna rispose al telefono e rise sguaiata. Parlava con un’amica delle spalle «belle grosse» della sua ultima conquista: «neppure trent’anni, sai». Parlava di altre “ragazze” testimoni dell’impresa. E di borse sotto agli occhi e di caipiroske troppo leggere. La sua voce era secca e poco sensuale, sifilitica, incrinata dalle 23 sigarette al giorno, dalle notti passate in bianco, dai colpi di freddo provocati dall’aria condizionata di un ufficio qualsiasi, con le finestre sul vuoto, in un palazzo del centro città.
Oreste, che avrebbe dovuto immaginarlo, incurvò le sue, di spalle. Si srotolò le maniche di camicia. Fece finta di controllare la mail sul simil I-phone. E intanto lanciò un’occhiata di gratitudine all’autobus, spuntato da dietro una curva, in lontananza.
E comunque quella mattina, si erano svegliati entrambi soli. Oreste e la bionda dai polpacci di ebano.
Baustelle - Malavita
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