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julie


Diario


18 settembre 2015


da un po' di tempo ho traslocato altrove  

http://giuliamietta.tumblr.com/



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19 novembre 2012


l'allenamento

Ousmane è alto minimo un metro e novanta, indossa da minimo due mesi la stessa felpa verde e gialla, verde e gialla, verde. Viene dal Senegal. Ha gambe lunghissime e magrissime e se ne serve per correre leggero, come una ballerina, sulle punte.

Zepherin è alto pure lui, ma un po’ meno di Ousmane. Ha proporzioni da uomo vitruviano, ma più proteico e soprattutto più scuro. Un fazzoletto rosso gli nasconde i capelli, che sembrano un nido di vespe. Credo sia del Camerun. Ha gambe tornite e perfette che usa per correre, potente, il petto in avanti, sempre a caccia di qualcosa.

Florent è alto normale. Normale per i miei standard, intendo. Si veste sempre con una tuta in acetato, nera, lucida. La sua faccia è uguale. Non riesci a distinguerla dal mare di notte, fermo, nerissimo, lucido, del porto di Genova, se non nei rari attimi in cui Florent alza gli occhi al cielo, per prendere fiato. Arriva dal Benin. Velocissimo. Zitto.

Hamidou è piuttosto grasso invece. Per questo motivo la sua maglietta rosa stinta con una palma che pende sulla T di Tahiti è piena di chiazze di sudore. Viene dal Senegal come Ousmane. Corre trascinando le caviglie sull’asfalto, respirando con rumore, e nel tempo in cui riesce a fare un giro attorno alla stazione marittima – 800 metri, li ho contati – gli altri ne fanno due e mezzo.

  Poi ci sono io, un metro e mezzo e freddo alle mani, femmina caucasica, la t-shirt con scritto lifeguard, ho imparato che dopo il decimo chilometro inizi a faticare di meno. Più miope di quanto le lenti possano correggere, ma solo perché mi piace l’effetto delle luci sfocate di gru e portacontainer, nella notte. Da qualche sera, qui al porto, mi capita di tenere testa al gruppo. Più o meno, mi alleno con loro.
  La parte migliore è quella degli esercizi, alla fine della corsa. Si mettono in cerchio, per terra, cercando di evitare almeno i vetri di fanali rotti e le chewing-gum sputate di fresco, e fanno trecento addominali. Io, a qualche metro di distanza, seguo il ritmo scandito da Zepherin ad alta voce. Ne faccio duecento. Poi piegamenti sulle gambe, in avanti e di lato, come a lezione di ginnastica. E infine flessioni sulle braccia usando come appoggio le ringhiere che separano la strada dalla banchina. Davanti a noi il battello che porta i turisti avanti e indietro per il waterfront fa riposare il motore. Le panche si impastano ancora di più di salino e polvere di carbone. Nessuno le pulisce mai, tanto i turisti arrivano lo stesso. La centrale Enel sbuffa un fumo che, almeno quando fa notte, sembra proprio bianco.
  Con Ousmane, Zepherin, Florent, e Hamidou ho iniziato a parlare – ed è per questo che conosco i loro nomi e i loro paesi d’origine – perché uno di loro mi ha osservato mentre facevo un esercizio di stretching e mi ha chiesto di spiegarglielo per bene. Di lì, una mezza frase a sera, ho scoperto che nessuno di loro corre per professione. Nessuno di loro si allena davvero o pratica qualche sport a livello agonistico. Lo fanno per mantenere in forma il corpo e la testa. Come me. Lo fanno per dimagrire (Hamidou). O per rinforzarsi (Ousmane, Florent). Lo fanno per non spaccare la faccia del loro capo (Io, Zepherin, Ousmane). Lo fanno senza cronometrarsi e senza contare le pulsazioni e senza sforzarsi di andare contro vento, come alcuni runner che vediamo passare, schegge. Ci credono un sacco. Ho scoperto che anche il gruppo non sopporta quelli che io chiamo “esaltati” e che Hamidou chiama “i militari”. Ci divertiamo a prendere per il culo una bionda sulla quarantina, con i capillari del naso rotti dalla fatica, che controlla il contapassi ogni trenta secondi. Si vede lontano un miglio, che odia correre. Si vede lontano un miglio, che odia tutti.

Sufjan Stevens – Romulus


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15 ottobre 2012


il salotto di christo

Tu, entri lì dentro e senti l’odore del cellophane che copre il divano moderno. Con i cuscini morbidi morbidi, di piuma vera. Mia nonna come Christo. Nel buio - «che le tapparelle, a tirarle su e giù, si rompono» - senti quasi ancora l’odore della colla diluita, stesa con parsimonia, almeno venti anni fa, per fissare ai muri una tappezzeria in damasco ton sur ton. Sentilo, l’odore di polvere dei volumi rossi e oro dell’enciclopedia Conoscere, quella che usata per centomila “ricerche”, dove si imparava che in ogni nazione del mondo la fonte di reddito principale è la coltivazione della barbabietola, o della canna, da zucchero. Non ci pensavi, allora, ai future sulla barbabietola. Nello stesso mobile, più un antro che una libreria, anche una collana dedicata alle regioni italiane. Nel tomo “Liguria” si parla molto di acciaio e di porto. Molto poco di focaccia. A pagina 47 c’è una fotografia dell’Italsider di Cornigliano. Ha i colori finti delle foto stampate sui libri degli anni Sessanta. Penso che il cielo di Cornigliano è un po’ troppo azzurro, mentre il colore delle lamiere della fabbrica è mimetico. Nella stessa libreria c’è anche una foto di mia madre vestita da sposa o da prima comunione. Il fatto che sia per mano con mio padre, con due palme nane sullo sfondo, mi spinge a optare per la prima ipotesi. C’è una piccola foto di mio fratello, vestito – senza dubbio, in questo caso - da prima comunione. E poi una mia, che navigo in una maglietta della metro di Londra, con i denti bianchi e i capelli sporchi. Perché a dieci anni, qualcuno lo sa, mi lavavo seriamente solo la domenica mattina. Prima della messa. 
Quando entri nel salotto buono, senti anche un altro odore. È glutammato di sodio. La ragione sta nel secondo cassetto della credenza, ed equivale a un’altra delle convinzioni di mia nonna, ossia che a Livigno i dadi per la minestra costino di meno e siano più buoni. Ne fa grande scorta, ogni estate, e poi li tiene nascosti nel cassetto, come fanno nei supermercati con i pinoli e le lamette da barba.
La chiave della porta di quella stanza, fino a un paio di anni fa, era nascosta in cima allo stipite. Io e mio fratello lo sapevamo bene e ci arrampicavamo, l’uno sull’altra, per raggiungerla con una manata. Lo scopo del gioco stava nell’entrare, aprire la vetrinetta, trovare e nascondere nelle cartelle della scuola scatole di saccarina e stecche di toblerone, generi alimentari che – come i dadi – mia nonna occultava come merce di contrabbando. E in effetti. Un altro gioco interessante era tirare su la tapparella, appena appena, fare filtrare la luce necessaria a investire le gocce di cristallo del grosso lampadario, proiettare, in quel modo, tanti arcobaleni sui muri. Arcobaleni in miniatura, da studiare da vicino, per capire che i colori in realtà sono più di sette. 
Non so per chi mia nonna abbia blindato quel salotto. Per tutta la vita. Come se sognasse che a prendere il caffè, un giorno, sarebbe potuto arrivare il Papa, o Pertini, o Mike Bongiorno, o un principe straniero. Forse, invece, mia nonna l’ha fatto soltanto per fare capire a me, e a mio fratello, quanto le porte chiuse siano fatte apposta per essere aperte. I divani per essere sformati. I muri invasi dalla luce. Da tutti i colori dell’iride e anche qualcuno di più.

Early To Bed – Morphine 


12 settembre 2012


soap opera

che il supermercato sia un topos letterario, oggi come oggi, lo sanno tutti (lo sanno tutti? diremo “lo sanno in molti”; diremo “quelli che vendono tante ma tante copie, loro di certo lo sanno”). Perché è ovvio: c’è la memoria, gli oggetti, la loro assenza, il prezzo da pagare, bla bla bla. C’è il labirinto, gli scaffali, i corridoi, le luci e i suoni fuorvianti, cosa ve lo dico a fare? Ci sono svariati personaggi, positivi e negativi, nemici e aiutanti. I temi della scelta, dell’arbitrio. C’è pure l’ambivalenza, a starci attenti. E volendo, spunti di critica sociale a bizzeffe. Potresti ambientarci almeno trecento diversi romanzi. Al giorno.
Tuttavia io, qui, mi soffermerò su un aspetto particellare dell’esistenza umana. Meglio: della mia. “I prodotti dimenticati”. Potrebbe nascerne una rubrica a episodi, se già non sapessi che mi stuferebbe nel giro di breve tempo. Ad ogni modo.
It’s all a soap thing. Il sapone.
Chi mi conosce sa che non sono una persona impresentabile sotto il profilo dell’igiene personale, anzi, sono solitamente piuttosto profumata e fresca. Ma credo di non avere mai, ma giuro mai, comprato un sapone in vita mia. (No, il marsiglia artigianale a forma di pesce acquistato nel panier non vale). (No, non vale neppure quella realtà informe piena di aghi di rosmarino per la quale ho messo 4 euro e 50 cents in mano a una specie di punkabbestia vestito da elfo natalizio). Qui stiamo parlando del “sapone da toeletta” – definizione del paniere Istat 2012 – quello che ti sguscia tra le mani, quello per cui sono stati inventati i “porta sapone” (che non a caso, sono stati eliminati da tempo dal paniere Istat), quello che c’è dentro la glicerina, che ci metti il grasso del maiale perché del maiale non si butta via niente, che quando lo trovi sul lavabo di una toilette di ristorante pensi immediatamente e non certo con amore a chi è stato lì dentro prima di te. Il sapone. Quello che tua madre, e tua nonna, e chiunque al mondo tranne te, una volta, hanno comprato nel quantitativo di 100 mila unità in una scatola spedita per corrispondenza, e da allora tutti gli armadi della famiglia sono stati invasi da profumi di canfora e verbena, di fiori di prato e rosa canina e germe di grano. Tutte essenze di cui non potresti giurare di conoscere l’aroma l’originale, peraltro. Che odore potrà mai avere il germe di grano?
Una volta ho conosciuto, per questioni di lavoro, un decano locale dell’industria saponiera. Il suo studio e la sua scrivania erano esattamente come potresti immaginare lo studio e la scrivania di un imprenditore 106enne nel settore della cosmetica in una regione dove la cosmetica non è un settore. Mogano ovunque. Egli stesso, di mogano. Nessun tipo di strumentazione elettronica. Telefono in bachelite. Lampadine ad alto voltaggio e bassa efficienza. Odore di chiuso. Poltrona (la mia) sfondata. Alle pareti di mogano, e nelle vetrinette dei mobili di mogano, quadri e oggetti di valore inestimabile. Polvere. Specchi ossidati. Il decano mi raccontava che ormai il 90% dei loro prodotti (vi assicuro che ne avete una scorta anche voi, nell’armadio, e non lo immaginate) lo vendevano tra un Macy’s sulla 5th Avenue (nyc), l’Harrods’ di Londra e qualche mall a Dubai. E ora io vorrei sapere chi è che compra i saponi in un supermercato della periferia genovese, ma soprattutto chi è che compra saponi liguri da Harrods’, quando la scienza ha donato all’umanità l’invenzione dei dispenser, delle schiume, delle creme, insomma di prodotti che non si deformano e non si deteriorano e non si riempiono di antiestetiche bollicine solidificate. Prodotti che, non è secondario, ti lavano davvero. Forse è un problema mio, ma lavarmi le mani con una saponetta senza l’ausilio di acqua tiepida, per esempio, equivale a una condanna eterna all’ossimorica sensazione di untuosità mista secchezza. L’industria del sapone, se io fossi una consumatrice modello - se li facessi io gli elenchi del paniere Istat - sarebbe già bella che fallita. Così come quella del prosciutto cotto, degli ammorbidenti, dei colori pastello, dell’aceto, dei ferri da stiro. Tutte assenze dalla mia lista della spesa di cui, per chissà quale motivo, vado orgogliosa. Talmente orgogliosa che potrei dedicarci un post.

Alt J (?) – Fitpleasure



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6 settembre 2012


organismi

tra qualche minuto, quando anche gli ultimi fanali delle ultime macchine scompariranno nel ventre del traghetto – entrano in fila disordinate, lente, rassegnate, nella nave che le ingoia, insindacabile, tanti Giona nella balena – quando il portellone si chiuderà e farà quel rumore simile al gong (la fine, l’inizio), e quando il camino spurgherà il fumo nero dei motori obsoleti, ipersfruttati, venefici, allora – tra qualche minuto – il piazzale sarà invaso dal bagliore di bronzo dei lampioni e da duecentomila gabbiani affamati. Lo so. Si muoveranno senza sosta e criterio nell’aria tiepida di questa notte di inizio settembre. Turbineranno a stormi come rapiti dal vento di un ciclone. Sull’asfalto non troveranno che sigarette spente e macchie di benzina. Le briciole di pringles, i bordi di una pizza, i noccioli di susina, se li saranno già spartiti i topi, invisibili per ore, tra i copertoni delle utilitarie e le caviglie sottili delle donne sarde. Osservare il porto dopo il tramonto è come guardarlo al microscopio. È un organismo complesso. In movimento perpetuo. Sottoufficiali, fochisti, bisarche, giovani marocchine che dormono in auto, in attesa della nave di domani, gru alte cento metri, container spostati come fossero regoli diplastica (ma ve li ricordate i regoli?), podisti amatoriali insonni, il custode di un parcheggio che invece dormirebbe volentieri, il tremore delle luci rifratte dei fari più distanti. Il rumore costante, metallico. Un discorso a voce troppo alta. È tutto vivo, il porto di Genova. Anche – anche – per questo non puoi mica sentirti solo. 

Hands – Four Tet 


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22 agosto 2012


/?an'gai/

"Lo shangai (/?an'gai/) o mikado è un antico gioco cinese di destrezza e di pazienza". Due qualità che non penseresti di trovare in un 6enne e una 8e1/2enne, entrambi con le ginocchia sbucciate e le braccia rosse di ortica. Eppure, con mio fratello, trascorrevamo giocando a shangai tutte le ore di pioggia che la montagna, d'estate, ti può riservare. Una volta, quelle ore di pioggia, erano tantissime. Specialmente in agosto.
Nello shangai la fortuna conta, è ovvio. Conta moltissimo anche la precisione nel tocco. La capacità di scelta.
Altrettanto, però, conta il gesto che farai a vuoto. Perché, per recuperare esattamente quel bastoncino, in realtà lo renderai obbiettivo più facile per il tuo avversario. E allora puoi decidere se giocare rischiando il meno possibile o se, al contrario, provare a prendere quello che vuoi.
Ad ogni modo, non abbiamo mai letto le istruzioni. Mai saputo a quanti punti corrispondessero le righe gialle e quelle rosse e quelle azzurre (le spirali, però, valevano di più). Non le ho lette neppure ieri sera, le istruzioni. Una partita vinta e una persa e poi i rami sono tornati nella scatola di legno. Chissà da dove è uscita quella scatola. Sul coperchio c'è scritto mikado spiel. Questa volta, a sorpresa, l'avversario di turno aveva dita più precise. Occhi più attenti. Più di me.
Di solito, non succede così. Di solito, quando mettevi via la scatola degli shangai, voleva dire che aveva smesso di piovere.

http://www.flickr.com/photos/giuliamietta/7837467972/in/photostream



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25 luglio 2012


bar idea

La mosca si muoveva pigra, che sarebbe bastato un niente per farla fuori, ma si era posata sull’estremità del croissant. Spolverato di zucchero, così com’era, per scacciarla avrebbe combinato un guaio. «Sono secoli che non mi trovo davanti a mosche così menose» disse a mezza voce l’impiegato, per giustificarsi della convulsione dei gesti, dello zucchero a velo finito dappertutto. Dietro al bancone del bar Idea, il titolare - uno che sembrava uscito da un poliziesco degli anni Settanta - non sembrava curarsi minimamente della quantità di mosche che abitavano il suo locale: asciugava tazzine con uno straccio, indirizzava lo sguardo verso un punto inesistente, oltre l’ingresso del bar, al di là della strada, forse anche al di là del mare lercio del porto di Genova. «Sì, quest’anno sono più fastidiose del solito» commentò a scoppio ritardato, mentre l’impiegato frugava spiccioli nelle tasche esterne di una cartella troppo pesante. «Non fa niente, prossima volta» disse il barista, togliendosi gli occhiali spessi e pulendone le lenti con lo stesso straccio di prima, quello delle tazzine. Le mosche volavano perpetue, seguendo una traiettoria a forma di infinito, una danza sincopata, silenziosa e uguale a se stessa, ed erano in grado di interromperla con estrema puntualità giusto se c’era qualche cliente da disturbare. 
Imprigionato tra i muri a specchio del locale, quasi una casa di luna park, e con gli occhi stressati dalle luci al neon colorato, accese anche di mattina, anche a mezzogiorno, il barista aspettava che si facesse vivo un prossimo avventore, e guardava nel vuoto, oltre la strada e le auto dei vacanzieri che si imbarcavano e i fumaioli che sputavano un nero immondo. La radio era sintonizzata in Am e passava violini da filodiffusione. Chissà come mai aveva deciso di chiamarlo bar “Idea”.

Kraftwerk – Computerliebe 


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19 luglio 2012


Chi fosse Iside, non siamo mai riusciti a scoprirlo. O forse non ci abbiamo mai provato davvero. Quel nome, così poco usuale per chi come noi  aveva solo amiche battezzate come Sara e Francesca e Elisa, compariva sul retro di tutte le cartoline, insieme all’indirizzo, il francobollo e una frase di circostanza: Saluti da. Un abbraccio forte da. Qui è bellissimo. Ti piacerebbe. Il cognome non c’era mai e la nostra impressione era che Iside, in realtà, fosse una bambina. Al massimo un’adolescente. Nel nostro immaginario elementare, una non-adulta non aveva bisogno del cognome. Non aveva diritto di farne uso, quasi.
Io e mio fratello, nella stanza delle cartoline, abbiamo trascorso quasi tutti i pomeriggi dell’estate del Novantuno. Abbiamo trascorso, inoltre, quasi tutte le notti di quell’estate a farcela sotto dalla paura accumulata in quelle avventure (più tardi avrei scoperto che la parola giusta era “adrenalina”). Perché la stanza delle cartoline, con le pareti di legno chiaro, la moquette ammuffita, il camino non funzionante, stracolmo di stracci, vetri rotti e alcune carte di merendine, era l’unica camera tutto sommato abitabile di una palazzina in perpetua costruzione. Uno scheletro di edificio, incompleto e abbandonato. Per entrare dovevi forzare un cancello di lamiera, poi arrampicarti su una terrazza al primo piano, facendo presa sui mattoni nudi e sui ferri del cemento armato. Quindi attraversavi quello che, nel progetto, avrebbe dovuto essere un salone, e scendevi le scale, lastre di pietra che aggettavano dal muro nudo. Al piano terreno, oltre i varchi delle porte, e le crene per gli impianti disegnate con il lapis, c’era la stanza delle cartoline. Aprivi una porta ed entravi in un altro tempo. Tuttavia a spaventarci non era l’assurdità di quel rifugio, bensì la possibilità che qualcuno ci potesse scoprire. 
A Iside scrivevano tutti. Fissate a un pannello con mille puntine arrugginite, la maggior parte delle cartoline erano state spedite da San Marino. Il viaggio a San Marino, d’altra parte, era di gran moda. Altre arrivavano dall’Isola d’Elba. Alcune da Roma. Venezia. Firenze. Ma anche buchi di provincia di cui avevi letto sulla Settimana Enigmistica del nonno (“In viaggio a”, ti ricordi?). E poi varie città svizzere, tra cui Lucerna. Un paio di messaggi avevano persino attraversato l’oceano, da Los Angeles e Buenos Aires, per essere dimenticate sul pavimento di quella camera senza vita. Il fatto è che si capiva lontano un miglio che chi scriveva a Iside non la conosceva davvero. Quella di Iside era una specie di collezione. L’hobby degli amici di penna. (“Hobby” che parola è?)
Grazie a una cartolina soltanto, l’immagine era quella di una rosa rosa, avevamo inteso che la destinataria di tutte quelle missive, probabilmente, non stava bene. Non ricordo cosa c’era scritto, ma ricordo quanto ci faceva sentire tristi leggere quelle parole. Oggi, Iside, la dipingerei come una depressa cronica. Al tempo, la figuravo come la sorella malata di Piccole Donne. Che insieme all’Antico Testamento e a un fumetto di Valentina, era stato per anni il mio libro preferito. 

Teardrop – Massive Attack


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11 luglio 2012


Alla fine, l’immagine della crisi di cui tanto ero in cerca, mi era apparsa ancora prima di arrivarci, a Valencia, dal finestrino del Boeing 737 che senza sorprese mi ha portato a destinazione. La notte, appena iniziata anche sopra i dieci mila piedi, era limpida, ferma. Ma alle spalle del mare e della città – lontana chissà quanto, poi – si vedeva una tempesta di fulmini. Da lassù, era splendida e spaventosa. Potevi immaginarne il rumore. 
Nel frattempo Valencia, l’incredibile-ma-vera (come si sono inventati di sottotitolarla all’ufficio turismo) proseguiva il suo sabato sera fatto di vento caldo, gambe nude e canzoni sentite all’Eurovision. Senza curarsi del temporale. «Perché qui piove solo un mese l’anno» mi dicono. E in effetti.
Eppure l’impressione è che presto pioverà a dirotto. È un senso di minaccia disegnato a matita e mi tiene compagnia, mio malgrado, mentre il taxi che qualcun altro ha pagato per me mi riporta in albergo. La distanza dal carmen si misura in euro, e solo così capisco che, una volta scesa, mi trovo a pochi chilometri dalle logge medievali e non a Dubai. L’hotel è in uno dei cento quartieri costruiti dal nulla, è uno fra mille palazzi alti come montagne. L’imminenza della tempesta mi riempie qualcosa che non sono gli occhi, mentre poco prima dell’alba, dal dodicesimo piano e da una finestra con il blocco antisuicida, provo a fotografare la rotonda della dama de Elce. Verrà mossa e inutile e senza scopo come molte altre fotografie.
Magari non si esauriscono mai, i fulmini alle porte di Valencia. Stanno lì e mi parlano della crisi più dei lavori fermi per il nuovo stadio, qui vicino: una voragine di terra bruciata circondata da una corolla di cemento. Mi parlano della crisi più del quotidiano spagnolo che l’ingegnere ha scordato sul tavolo della colazione (camicia a quadretti e pantaloni a righe, ha mangiato mezzo croissant e una banana). I fulmini mi parlano della crisi più dei cartelli se alquila y se vende che tappezzano i muri del grattacielo di fronte. Dove un pensionato in pigiama, sta annaffiando i suoi gerani. Strappa i rami secchi e li getta nella piscina, vuota, 70 metri più giù. Sono le 04.20 del mattino.

Un paio di giorni e di notti dopo scopro che a Valencia, a metà marzo, tutto il mondo impazzisce dietro una tradizione di dubbio gusto chiamata las fallas. In pratica ogni rione costruisce un enorme fantoccio che mette alla berlina i vizi archetipici e quelli contemporanei. Un tempo queste sculture – nel sobrio numero di 700 (!) – erano fatte di cartapesta. Oggi sono costruite in polipropilene. E incendiate tutte contemporaneamente. Per questo motivo, ogni anno, dal 15 al 19 marzo, il buco dell’ozono si apre un po’ di più. Sono davvero brutte e lo stile ricorda in misura uguale le Winx e le vignette di Forattini. Se state pensando al Carnevale di Viareggio, no: sono peggio. Ho provato a concentrarmi sulle analogie anche etimologiche con i nostri falò pagani, o les folies medievali. A meditare sul concetto di ambivalenza che - come mi hanno insegnato a scuola – spesso dà senso a tutto quanto. Ma quei monumenti restano e resteranno una roba immonda.
Ad ogni modo. Oltre al rogo dei fantocci, durante las fallas succede anche altro. Per esempio si elegge la falleras più figa della città (la ragazza è solitamente molto ricca e molto truccata) ma soprattutto va in scena una specie di battaglia di petardi. Una specie di Vietnam, giuro, mette a ferro e fuoco il centro storico all night long. Chi me lo insegna è un documentario girato se va bene nel ’96 - si capisce dalle frange epiche delle giovani inquadrate - e che mi fa però realizzare quanto quegli spari e quel fumo siano la brutta copia, grottesca e sintetica, della tempesta di fulmini che ho ammirato prima di atterrare all’aeroporto di Manises. Non può essere un caso.

Quindi ti convinci di avere capito tutto, ma poi ti distrai a guardare il sole al tramonto sullo stagno dell’Albufera. Un’arancia enorme. Ricama grafismi su un’acqua di seta. Tuttavia, se ci rifletti, è una palude quella che ti sta facendo innamorare. 

Suede - We Are The Pigs


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26 giugno 2012


Mi chiamo Terenzio, ho 64 anni e una cresta rossa come un semaforo, fissata sulla testa con i pochi capelli che mi ritrovo. A volte mi dicono che sono un punk, mi dicono. Ma io, mica lo sono. Almeno non credo di esserlo. Non ascolto quella musica. Le uniche note che conosco sono quelle di una cassetta di Little Tony, quella di Cuore Matto. La cresta, comunque, la tengo su con del sapone e un po’ di segatura. Vivo da solo. O meglio, vivo con due canarini. Uno è mezzo morto. Non mangia da un anno e mezzo. Impossibile? No. È così. Se vi state chiedendo dove mi avete già visto, se vi state chiedendo quando avete sentito parlare di me, bene, è facile che mi abbiate incrociato per strada. Io ero quello in sella a una bicicletta arrugginita. Ha tre cambi davanti e sette dietro, ma si sono bloccati da molto tempo sul rapporto più corto. È per questo che pedalo sempre velocissimo, e che i miei piedi girano come un mulinello. Mi piace pranzare con uova sode e vino bianco. Alla sera, invece, spesso mi dimentico di mangiare. Mi sveglio il mattino dopo affamato come un lupo e quindi succede che anche la colazione è spesso a base di uova sode e vino bianco. Sono alto un metro e mezzo o poco più, per questo non ho mai potuto realizzare il mio sogno: fare l’autista degli autobus. Però non sono in sovrappeso, anzi. E non ho problemi di salute. Se non fosse per questi calli nelle mani mi potrei considerare più in forma di un ventenne. I calli, dite? Me li sono procurati a forza di lavorare. Di mestiere, aggiusto vecchie auto. Non auto d’epoca, badate bene. Automobili semplicemente vecchie, troppo messe male per poter essere rimesse in strada. Io le recupero da un amico carrozziere, le faccio tornare nuove di zecca, ma solo esteriormente. Vi stupisce che io usi la parola “esteriormente”? Ho la cresta rossa e i calli nelle mani ma non sono analfabeta. Ad ogni modo, solo esteriormente. Sì, insomma, quelle macchine non ripartono mai. Eppure c’è chi me le ricompra: collezionisti, architetti, produttori cinematografici. Ieri in garage è arrivata una ragazza bionda e bianca come la luna, e mi ha comprato una Alfa Romeo 90 color amaranto. Quando è estate, come in questi giorni, penso che mi piacerebbe ritirarmi in un bosco. Chiudere il garage e vendere le vernici. Mi piacerebbe comprarmi un’amaca e appenderla a due pioppi. Passerei i pomeriggi a ondeggiare e a scacciare le mosche e a bere acqua e menta. Guardando, in su, le foglie e il sole che ci passa attraverso. Quando è estate, nel garage c’è odore di gomme e non si respira dal caldo. E io mi immagino l’amaca. Alla ragazza bionda e bianca come la luna gliel’ho messa 600 mila lire l’Alfa Romeo. Era brutta, davvero. La macchina. Lei no. Lei era pura bellezza.

Portishead – Chase the tear   

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